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Attacchi panico, colpa della suocera in 20% casi per le donne del Sud

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Non è solo un pregiudizio vecchio stampo. Il ‘mal di suocera’ esiste e può persino scatenare seri attacchi di panico, che portano dritti al pronto soccorso. Soprattutto per le donne del Sud, in contesti sociali dove la vicinanza e persino la convivenza con la famiglia d’origine del proprio partner è frequente. E infatti, in un caso su cinque tra le persone arrivate in ospedale per le conseguenze fisiche di questi gravi stati d’ansia, all’origine del malessere c’è proprio il difficile rapporto con la suocera e le sue ‘ingerenze’ nella relazione di coppia.

Lo spiega, dati alla mano, Enza Cipolletta, psicologa e psicoterapeuta che ha partecipato a un progetto in una struttura dell’hinterland napoletano, al Pronto soccorso di Giugliano, dove era stato attivato lo scorso anno un team di psicologia – in collaborazione con il Distretto di salute mentale della Asl Napoli 2 – per verificare la quantità di visite legate a disturbi di origine psicologica e cercare risposte più adeguate a questo fenomeno. Un problema che, oltretutto, costa caro al sistema sanitario perché produce di analisi e prestazioni inutili per l’esclusione di patologie organiche gravi.

“La percentuale di pazienti con problemi psicosomatici – spiega Cipolletta  – è risultata notevole con una particolare frequenza di dolori acuti ai reni, all’uretere, alla vescica, allo stomaco: si parla di poco meno del 50%, di cui circa un 15% di casi di ipocondria e un 35% di attacchi di panico. E per quanto riguarda questi ultimi, dai colloqui con il pazienti ho scoperto il ‘disturbo da suocera’, che colpisce soprattutto le donne: una buona fetta delle persone a cui è stata diagnosticato l’attacco di panico aveva un problema reale con una suocera troppo presente nella vita di coppia”.

Nella maggior parte dei casi si trattava di donne che subivano le conseguenze di un legame intenso tra il loro partner e la madre. “Le donne raccontavano, in generale, storie di una forte dipendenza madre/figlio – spiega ancora Cipolletta – in cui veniva trascinato anche il nuovo nucleo familiare. Le pazienti si trovavano a dover ‘combattere’ per salvaguardare l’autonomia senza nessun sostegno e finivano per sentirsi in trappola”. Da qui gli attacchi di panico, con disturbi che spesso ‘mimano’ l’infarto’: il paziente, che arriva pallido e molto sofferente, afferma di ‘sentirsi morire’.

Un fenomeno “ovviamente molto legato anche alle condizioni sociali. Evidentemente – aggiunge l’esperta – è più facile che tutto questo avvenga in zone del Sud dove spesso le famiglie d’origine abitano vicinissime e dove non mancano, soprattutto per problemi economici, i casi di convivenza forzata”. Ma l’Italia dei ‘mammoni’ non si limita al Meridione, quindi “non mi sento di escludere, anche se non ci sono i dati, che ci siano casi del genere in altre altre aree del Paese”. Il problema, inoltre, si sta riproponendo anche in famiglie di immigrati, dove la cultura tradizionale ‘importata’ – che prevede un forte potere del nucleo d’origine – si scontra con i bisogni psicologici di maggiore autonomia delle giovani generazioni che quindi possono soffrire parecchio l’effetto suocera.

“Ho osservato già in alcune pazienti straniere queste dinamiche – precisa Cipolletta – Anche in casi in cui non si arriva a vere e propri crisi di panico, si posso registrare disagi che limitano molto le persone, riducendo in particolare l’autostima”.

Suocera a parte, il lavoro dell’equipe di psicologi in ospedale ha dimostrato anche che utilizzare esperti in grado di individuare rapidamente le malattie psicosomatiche può aiutare a tagliare molto i costi delle prestazioni al pronto soccorso.

“Nel corso della sperimentazione, abbiamo utilizzato due registri – spiega Cipolletta – uno riservato ai medici e uno agli psicologi. Al suo arrivo il paziente veniva visitato normalmente dai medici che poi, in caso di perplessità per diagnosi di tipo organiche, chiamava lo psicologo per un colloquio. E spesso abbiamo scoperto che, per i nostri pazienti, il ricorso ai servizi d’urgenza era frequente, così come analisi e prestazioni diagnostiche fotocopia a distanza di poco tempo”. Ma con questo sistema i pazienti con problemi di origine psicologica potevano essere indirizzati verso cure più adatte.

“Normalmente il medico del pronto soccorso – conclude Cipolletta – non può avere la preparazione adeguata per una diagnosi psicologica, né ha a disposizione tutti i dati e le analisi già fatte dal paziente. E’ costretto, anche se sospetta l’origine psicologica del disturbo, a ripetere elettrocardiogrammi, analisi, ecografie o altro per escludere completamente la patologia. Con un grosso aggravio di spesa”. Oltre a fare male, dunque, la suocera rischia anche di pesare parecchio sulle casse del Servizio sanitario nazionale.