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L’uomo tigre compie 50 anni

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Il 2 ottobre 1969 andava in onda in Giappone la prima puntata de “L’Uomo Tigre”. La serie anime tratta dal manga omonimo è stata trasmessa fino al 1971, mentre in Italia è arrivata soltanto 11 anni dopo: mentre il protagonista Naoto Date andava in giro solitario nella notte, i bambini rimanevano incollati alla tv durante il pomeriggio. In mezzo secolo il cartone animato si è trasformato in qualcosa di assolutamente epico.

Il manga da cui è tratto è stato pubblicato con grande successo in Giappone dal 1968 al 1971, ed è nato dalla mente di Ikki Kajiwara. All’epoca la lega nipponica di wrestling aveva addirittura acquisito i diritti per creare il lottatore “Tiger Mask” (nel manga, come nell’anime compaiono altri veri lottatori come Antonio Inoki e Giant Baba)..

La storia è nota. Naoto Date è un giovane orfano che entra nella spietata Tana delle Tigri, associazione che addestra lottatori al limite del disumano e li ricatta, costringendoli a versare nelle casse dell’associazione metà degli introiti da wrestler. Dopo essersi creato un’ottima fama negli Stati Uniti (dove viene soprannominato Yellow Devil) torna in Giappone. Qui, dopo aver visitato il suo vecchio orfanotrofio che è in difficoltà, decide di lasciare Tana delle Tigri, di devolvere gli incassi dei suoi match in beneficenza all’istituto e inizia a combattere onestamente. Ovviamente l’associazione non intende fargliela passare liscia: per punizione invierà i più forti lottatori a sfidarlo per cercare di ucciderlo sul ring.

La storia scandita da duelli infiniti segue il protagonista nel classico percorso di formazione/crescita/redenzione tipico di molti eroi di narrativa a cui si aggiunge uno spaccato della società giapponese dell’epoca, che cercava di riprendersi dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale e le bombe atomiche.

Naoto è altruista con i bisognosi ma spietato con i malvagi, deciso a difendere i deboli dalla tirannia di oppressori e violenti. Il cartone animato ha fatto della violenza la sia cifra stilistica, tra ferite, sangue e rumore dei fendenti. Il ring subisce qui un’espansione spaziale che non ha precedenti a livello irrrealista, rivaleggiando con i campi di calcio del celebre “Holly e Benji”.

Ciò che ha reso la serie animata de “L’Uomo Tigre” un fenomeno e una leggenda anche fuori del Giappone è senza dubbio il tratto unico di Keiichiro Kimura, character designer e regista anche di altri anime cult come “Mimì e la nazionale di pallavolo” e “Sam il ragazzo del West”, deceduto nel 2018 a 80 anni.

Tra le sigle del cartone animato quella che conosciamo in Italia è quella composta da “I Cavalieri del Re”, diventata mitica per molte generazione. Scritta e cantata da Riccardo Zara recitava in un passaggio: “Solitario nella notte va/se lo incontri gran paura fa/il suo volto ha la maschera/tigre/tiger man”.