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Ma si può dire, in italiano, “andare a mare”?

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Una questione da molti dibattuta: si può dire ‘andare a mare’ o ‘andare a studio’? Con un tweet sul proprio account ufficiale, l’Accademia della Crusca offre la soluzione al dilemma attraverso alcune ‘Pillole di consulenza linguistica’ accompagnate dall’hashtag ‘EstateConLaCrusca’.

“Si tratta di varianti tipicamente regionali, che altrove sarebbero notate e censurate” si legge sul sito, in risposta alla domanda posta da un utente signora alcuni anni fa sulla possibilità di dire ‘vado a studio’ e ‘sto a studio’. “Nel secondo esempio, è regionale anche l’uso di stare in luogo di essere: un tratto linguistico ben vivo da Roma in giù, che si ritrova nelle lingue romanze occidentali”.

“A parte l’alternanza tra preposizione semplice e articolata – prosegue la risposta di Luca Serianni – si può ricordare che l’italiano familiare di Roma, in accordo con altre parlate centromeridionali, ha la tendenza a sovraestendere l’uso di A rispetto a IN: una tendenza ancora più accentuata una cinquantina d’anni fa”.

“Invece di andare a studio, i romani di una volta potevano andare a fiume (cioè a farsi un bagno, una vogata o semplicemente a prendere il sole sulle rive del Tevere) e nei romanzi di ambientazione romana di Alberto Moravia, un grande scrittore oggi un po’ dimenticato, si leggono vari esempi utili di questo regionalismo sintattico – si legge ancora sul sito dell’Accademia: oltre agli odonimi – in cui a è a tutt’oggi abituale anche presso i romani cólti: a piazza Venezia, a via Condotti – si possono citare frasi come «un vaso di fiori compagno a quello della camera da letto», «da quel giorno non sarei stato più amico a nessuno»”.